Riflessioni sull’analisi dei fenomeni migratori contemporanei

Alla luce dei processi di globalizzazione è utile rileggere in una chiave diversa e nuova i fenomeni migratori, fenomeni che stanno sempre più diventando strutturali nello scenario mondiale.

A livello globale le persone residenti in un Paese diverso da quello di nascita sono in costante aumento. Secondo le stime delle Nazioni Unite queste sono circa 214 milioni, pari a più del 3% della popolazione mondiale. Questa cifra, che può sembrare irrisoria, è comunque in costante ascesa ed è rilevante in quanto i migranti si concentrano prevalentemente in alcuni Paesi (ma è bene specificare non solo ed esclusivamente in quelli del cosiddetto primo mondo).

Prima riflessione  da trattare a proposito dei fenomeni migratori nell’epoca della globalizzazione è quello della riscoperta di culture, identità ed etnie più o meno fittizie. Quello che in questa sede è interessante mettere in evidenza è che le identità sono spesso, se non sempre, costruite attraverso processi di “immaginazione”; alla base della costruzione dell’identità troviamo spesso un processo di purificazione e di eliminazione delle impurità. L’identità, la cultura e anche l’appartenenza etnica sono quasi sempre costruzioni che non affondano le loro radici in tempi antichi, ma sono tradizioni (ri)scoperte in risposta ai bisogni della comunità che se ne appropria: per citare una celebre frase dell’antropologo sociologo francese Gerard Lenclud “non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri”. Questa riscoperta delle identità, dovuta, per dirla banalmente, all’effetto di insicurezza e sradicamento che i processi globali instillano nelle persone, ha una profonda conseguenza sulle relazioni interculturali che i processi migratori provocano: le relazioni con l’altro vengono sempre più sviluppate attraverso le categoria della paura (di contaminarsi, di perdere la presunta “purezza culturale”) e del rifiuto.

È bene però precisare che spesso queste dinamiche di rifiuto dell’alterità sono messe in atto dai cosiddetti “imprenditori della paura”, cioè tutte quelle persone (politici, rappresentanti delle istituzioni, associazioni rappresentanti interessi particolari etc.) che fomentano il clima di sospetto e insicurezza, promuovendo un clima di intolleranza e cavalcando le inquietudini  dei cittadini indirizzandole contro gli stranieri, gli immigrati. Queste categorizzazioni “negative” vengono attuate soprattutto quando si parla di collettività (per esempio i rom, gli arabi etc.), invece, nel concreto, quando si hanno interazioni singole (per esempio con il vicino di casa straniero) queste retoriche vengono meno, o comunque diminuiscono notevolmente.

Altra importante tematica é quella dei percorsi migratori: infatti se negli anni ‘70 e ‘80 questi erano statici o comunque molto lineari, con le nuove tecnologie questi sono stati completamente rimodellati. Fino a poco tempo fa il percorso era prevalentemente del tipo “spostamento da paese A a paese B”, con eventuali processi di ritorno comunque poco frequenti, ora invece si hanno esperienze radicalmente diverse. I nuovi “viaggi della speranza” si snodano tranquillamente su più Paesi, in in modo da poter cogliere le opportunità che nel corso del tempo si presentano. Sempre più  si hanno spostamenti in più Paesi: un migrante può cercar fortuna in uno Stato, che abbandona nel caso di un fallimento per trasferirsi in un’altra nazione ancora; dopo un po’ di tempo accumula qualche risparmio e allora può ritornare per un po’ di tempo nel Paese di origine, salvo poi riemigrare nuovamente..

Terzo argomento rilevante è quello dell’analisi del diffuso fenomeno delle gang giovanili. Attraverso l’appartenenza alle gang i giovani migranti cercano di affermare la loro appartenenza al territorio in cui vivono per uscire da quel cono di invisibilità positiva e ipervisibilità negativa in cui sono relegati: la maggioranza degli episodi violenti documentati sono riconducibili a questo bisogno simbolico di affermazione, più che a vere e proprie condotte criminose legate allo sfruttamento della prostituzione o allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Connesso all’appartenenza alle gang c’è quindi un processo di costruzione di identità, di mondi immaginari e costruiti socialmente in un meccanismo che potremmo chiamare di home- making. L’appartenenza alle gangs, l’orgoglio della propria identità (basti pensare al mito della raza latina per esempio) e l’ostentazione di simboli e stili che permettono di distinguersi dal resto dei propri coetanei è un meccanismo classico della trasformazione dello stigma in emblema.

Percorsi di lettura sull’argomento: Longoni L., Solano G.; Baggiani B. (a cura di), Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, Discanti Editore, Bagnacavallo (Ra) 2011 (saggi si M. Aime, P. Arvati, B. Baggiani, A. Ballerini, G. Carlini, L. Longoni, S. Palidda, A. Petrillo, L. Queirolo Palmas, G. Solano); Palidda S., Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008.

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