Tempo e spazio nel passaggio dalla modernità pesante a quella leggera

Bauman nel suo libro Liquid Modernity (2000, trad. it. Modernità liquida, Ed. Laterza, Roma-Bari 2002), e in particolare nel capitolo Tempo/spazio, analizza l’evoluzione della relazione fra tempo e spazio, mostrando come questi due aspetti siano profondamente legati fra loro.

Da sempre lo spazio altro non era che qualcosa di attraversabile in un determinato tempo (e viceversa): parole come “lontano” e “molto tempo” significavano più o meno la stessa cosa, e cioè il fatto che occorreva fatica per coprire una certa distanza.

Ricostruendo la storia dei due concetti chiave, Bauman mostra come nell’antichità gli uomini furono incapaci di “manipolare” il tempo e anche i più ricchi, i più nobili dovevano adeguarsi alle sue leggi. L’autore riporta l’esempio delle Olimpiadi dell’antica Grecia, nelle quali nessuno pensava di registrare i record olimpici e tanto meno di provarli a superare.

Col passare del tempo (e dei secoli) però le cose cambiano: con la «modernità pesante»; secondo Bauman è soprattutto con l’avvento di mezzi di trasporto meccanici che non dipendono più dal “lavoro” umano o degli animali (automobili, treni ecc.) e che sono capaci di andare a velocità fino ad allora impensabili. Così il tempo incominciò a emanciparsi dallo spazio, divenendo la parte dinamica di tale “rapporto”.

Con l’avvento della possibilità di spostarsi in tempi relativamente brevi (o comunque mai visti prima), ci si lanciò alla conquista dello spazio: l’obiettivo era quello dell’espansione spaziale, della scoperta di sempre nuovi posti da “colonizzare”: nella versione della modernità (pesante) progresso significava espansione spaziale e dimensioni sempre crescenti. A garantire la compattezza e l’integrità del luogo era la standardizzazione del tempo: uniformità e ordinamento del tempo divennero i pilastri fondamentali. Tempo “controllato” e routine di fabbrica si saldarono insieme in un connubio che durò per tutta la modernità pesante.

Ricchezza, potere e prestigio erano quindi fortemente connessi alla proprietà delle terre. Questi spazi di grandi dimensioni, sui quali sorgevano imponenti fabbriche, alti muri ecc., rappresentavano forme di “potere” durature, poco dinamiche.

Le cose incominciarono a cambiare con l’entrata nella cosiddetta «modernità leggera»: infatti con l’avvento del «capitalismo software» e con l’ulteriore incremento delle possibilità di comunicazione si assiste alla perdita di importanza dello spazio, che non pone quasi più vincoli all’azione umana. Anche se non si può parlare di istantaneità la tendenza odierna e l’aspirazione è proprio quella (basti pensare alla velocità di spostamento – attraverso gli aerei ma non solo- e alla quasi istantaneità delle comunicazioni via mezzi informatici ecc.). Lo spazio diventa quindi quasi irrilevante e la sua importanza diminuisce: «se tutte le parti dello spazio possono essere raggiunte in qualsiasi momento, non c’è motivo di raggiungere nessuna di esse in un particolare momento e nessun motivo di preoccuparsi di assicurarsi il diritto di accesso a qualunque di esse» (p. 133). Infatti se non occorre un sacrificio (di tempo) per arrivare in un determinato luogo, questo (e in generale tutti i luoghi) tendono a perdere la loro importanza.

Con l’incrementata capacità di spostamento il connubio fra tempo “controllato” e routine di fabbrica che vincolava in maniera rigida il “capitale” alla terra, allo spazio, si trasformò da opportunità a vincolo: a livello manageriale le imprese incominciarono a puntare su forme organizzative più elastiche e “snelle” e meno vincolate allo spazio, con una riduzione della forza lavoro in nome della maggiore flessibilità.

In seguito a questa ridefinizione delle categorie di spazio e tempo, viene a modificarsi anche il concetto di “potere”: se prima le persone che riuscivano a mantenere le loro azioni indipendenti, libere da norme, e contemporaneamente a regolamentare le azioni altrui, erano quelle che dominavano (si veda: Crozier M., Il fenomeno burocratico), ora a imporsi sono coloro che agiscono e si muovono più velocemente, mentre chi non è in grado di spostarsi altrettanto rapidamente e a loro piacimento è destinato a “rimanere indietro”.

Quanto fin qui detto influenza anche le modalità di vita (sia in campo lavorativo che non): si sta infatti sempre più imponendo una visione dominata dal carpe diem, del soddisfacimento dei bisogni e dei “piaceri” di breve periodo, senza tenere in conto una visione più di lungo periodo. Ogni momento diventa quindi oggetto di consumo: «l’istantaneità (annullando la resistenza dello spazio e liquefacendo la materialità degli oggetti) fa apparire ciascun momento infinitamente capace, e la capacità infinita significa che non esistono limiti a quanto è possibile ottenere da ciascun momento, per quanto fugace possa essere» (p. 141).

È quindi il breve periodo a farla da padrone: il fatto di incentrarsi sulla manipolazione dell’effimero e non del duraturo, disfacendosi delle cose senza troppo pensarci, in modo da far spazio ad altre cose ugualmente transitorie e da consumarsi immediatamente, è oggi il vero privilegio dei “potenti”.

La scelta ponderata e razionale dell’epoca attuale è «perseguire la gratificazione e al contempo evitare le conseguenze, e in particolare le responsabilità che tali conseguenze implicano» (p. 146).

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