Wim Wenders o l’architetto

Un filo rosso lega le opere di Wenders, anche la sua ultima. Pina. Questo sta nell’idea di fare cinema raccontando luoghi. Solitamente, Wenders sceglie prima il luogo ed è poi dal luogo che emergerà la storia. Le anime dei luoghi sono piene di storie che vogliono essere raccontate.

I luoghi di Wenders, una laurea honoris causa in architettura, spesso non sono gli spazi belli nell’accezione comune. Sono spazi di una poeticità inattesa che il regista, per la prima volta, col suo racconto, trasforma in soggetto artistico.

E del resto la bellezza forse non esiste se non come fatto culturale.

Ciò che lo affascina sono i terrain vagues, le ferite urbane. Forse, più che i luoghi centrali, dove pulsano altrettanto centrali esistenze, lo interessa tutto ciò che è margine, frattura, lontananza da un baricentro, dove non arrivano echi di vite sfavillanti. Lui sceglie di raccontare la Berlino degli stralci di terra a ridosso del muro e quella degli immensi vuoti urbani, le sterminate terre texane fra luci al neon e deserto, le immensità australiane da fine del mondo e una Lisbona dagli interni in rovina. L’essenza di questi luoghi è un essenza incerta, di frontiera, sfrangiata ed irrisolta. E la loro estetica è un estetica di risulta, ma non per questo meno poetica. Anzi, proprio per questo, poetica.

Anche in Pina, Wenders racconta un luogo, una città: Wuppertal. E decide di farlo a suo modo, lasciandone affiorare lo spirito attraverso i luoghi della quotidianità più spicciola: un incrocio stradale, una piscina pubblica, una scala mobile definita da luci di un rosso acido. È su questa superficie del quotidiano che va in scena la profondità del sentire umano, con la sua tensione drammatica. Le coreografie di Pina Bausch trovano qui la loro cornice, nel quotidiano della città dove la coreografa viveva. E della città affiora tutto il carattere della Ruhr industriale, nella scelta di usare come palcoscenico di danza un cunicolo di miniera forse dismesso, una fabbrica dal sapore di archeologia del futuro, e l’area che ospita il sistema di ingranaggi che muove la monorotaia soprelevata attraverso la città. È in questi spazi, spesso spazi-metafora, che la danza di Pina Bausch prende vita.

L’ultimo dei teatri che sceglie Wenders è una cava d’argilla, uno spazio desolato, aperto, tendente all’infinito, quasi astratto. In questo luogo più mentale che fisico si muovono i corpi colorati, materici dei danzatori, sempre in quella tensione di contrasti che percorre tutto il film.

Per approfondire: P.F.Colusso, WimWenders: paesaggi, luoghi, città, Testo e immagine,Torino, 1998

Irene Sartoretti

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