Anna Mary Garrapa

Un’analisi introduttiva sul lavoro agricolo stagionale nella Piana di Gioia Tauro.

Al seguente link:

http://www.scribd.com/doc/224210006/ARTICOLO-ROSARNO

Buona lettura……

L’articolo é registrato:

Licenza Creative Commons

Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0/it/ o spedisci una lettera a Creative Commons, 171 Second Street, Suite 300, San Francisco, California, 94105, USA.

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2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

The new Boeing 787 Dreamliner can carry about 250 passengers. This blog was viewed about 1.600 times in 2012. If it were a Dreamliner, it would take about 6 trips to carry that many people.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Mobilità e radicamento locale. Il caso francese

Chiudo questo 2012 condividendo le slides che recentemente ho utilizzato per la presentazione del mio contributo durante la IX edizione del Forum Giovani dell’Associazione Italiana di Sociologia, che si è svolto il 17 e 18 dicembre presso l’Università del Salento.

Ecco l’abstract dell’articolo (in corso di pubblicazione) da cui nasce questa presentazione:

L’articolo approfondisce l’accesso dibattito francofono sui temi della mobilità e del radicamento locale. In molte analisi, l’emergenza della mobilità porta spesso ad una contrapposizione con il concetto di radicamento locale: una dimensione obsoleta, tipica di popolazioni non in grado di accedere all’urbanesimo contemporaneo fondato sulla mobilità e sul nomadismo. L’obiettivo dell’articolo è di sfumare questa opposizione richiamando degli studi empirici che sottolineano: l’importanza del quartiere in una società mobile; le forme di spostamento e radicamento dei pendolari di lunga distanza; infine, si introdurrà il concetto di capitale di autoctonia, il cui recente utilizzo ha dimostrato di poter arricchire ulteriormente la riflessione.

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Bando Docucity 2013

Segnaliamo l’apertura del bando per partecipare all’edizione 2013 del festival Docucity- documentare la città, che si svolgerà a Sesto San Giovanni, presso il Polo di Mediazione Interculturale e Comunicazione dell’Università degli Studi di Milano nel mese di maggio 2013.

Come si legge nel bando “possono partecipare al concorso documentari e opere di non-fiction di produzione italiana, in qualunque formato e di qualunque durata, che affrontino in modo creativo il tema della polis contemporanea come entità complessa e spesso duplice: sogno e desiderio, luogo ‘culturale’ o collezione di luoghi in sviluppo dinamico, memoria ufficiale e rimossa, città della ragione o luogo oscuro”.

La scadenza per partecipare è fissata al 30 novembre 2012.
Maggiori info qui.

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The spatial dimension of urban marginality. The French case

L’ultimo post che ho pubblicato riguardava una review del testo di L. Wacquant Urban Outcasts. Le slides che condivido oggi rappresentano la continuazione di quelle riflessioni. Ho presentato queste slides in occasione dell’incontro finale del corso per il dottorato di URBEUR tenuto dal prof. Ranci sulle città globali. Il tema è quello della segregazione urbana. In particolare, nel mio lavoro ho voluto verificare, attraverso il caso francese, se l’immagine veicolata da alcune teorie sugli spazi di concentrazione della povertà urbana fosse aderente alla realtà.

Per sintetizzare i principali risultati a cui sono arrivato, si può dire che: in primo luogo, le teorie della globalizzazione sembrano dare troppa importanza alle forze macrosociali, dimenticando così la capacità di agency degli individui e gli effetti dovuti alla particolare organizzazione socio-territoriale caratteristica di ogni città. In secondo luogo, molte teorie sembrano assumere l’idea che la concentrazione spaziale di popolazioni vulnerabili produca esclusivamente degli effetti negativi nei percorsi d’inclusione degli individui. Contrariamente a quest’ipotesi, alcune ricerche empiriche condotte nelle città francesi sottolinenano la complessità della vita sociale in questi territori, i quali non possono essere concepiti solamente come ghetti. Infine, le politiche sociali che intendono combattere l’esclusione sociale combattendo, innanzitutto, la concentrazione spaziale della povertà presentano degli aspetti critici. E’ questo il caso della politique de la ville francese, ed in particolare delle operazioni di demolizione e costruzione che hanno come effetto quello di rompere le reti sociali locali dei gruppi poveri.

Come sempre non voglio svelarvi troppo. Ecco le slides e più sotto il testo su cui ho basato il mio intervento.

SpeechRanci_Dacontohttp://www.scribd.com/embeds/93420264/content?start_page=1&view_mode=list&access_key=key-62nnbk15iibdpy30p1s

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Riflessioni sull’analisi dei fenomeni migratori contemporanei

Alla luce dei processi di globalizzazione è utile rileggere in una chiave diversa e nuova i fenomeni migratori, fenomeni che stanno sempre più diventando strutturali nello scenario mondiale.

A livello globale le persone residenti in un Paese diverso da quello di nascita sono in costante aumento. Secondo le stime delle Nazioni Unite queste sono circa 214 milioni, pari a più del 3% della popolazione mondiale. Questa cifra, che può sembrare irrisoria, è comunque in costante ascesa ed è rilevante in quanto i migranti si concentrano prevalentemente in alcuni Paesi (ma è bene specificare non solo ed esclusivamente in quelli del cosiddetto primo mondo).

Prima riflessione  da trattare a proposito dei fenomeni migratori nell’epoca della globalizzazione è quello della riscoperta di culture, identità ed etnie più o meno fittizie. Quello che in questa sede è interessante mettere in evidenza è che le identità sono spesso, se non sempre, costruite attraverso processi di “immaginazione”; alla base della costruzione dell’identità troviamo spesso un processo di purificazione e di eliminazione delle impurità. L’identità, la cultura e anche l’appartenenza etnica sono quasi sempre costruzioni che non affondano le loro radici in tempi antichi, ma sono tradizioni (ri)scoperte in risposta ai bisogni della comunità che se ne appropria: per citare una celebre frase dell’antropologo sociologo francese Gerard Lenclud “non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri”. Questa riscoperta delle identità, dovuta, per dirla banalmente, all’effetto di insicurezza e sradicamento che i processi globali instillano nelle persone, ha una profonda conseguenza sulle relazioni interculturali che i processi migratori provocano: le relazioni con l’altro vengono sempre più sviluppate attraverso le categoria della paura (di contaminarsi, di perdere la presunta “purezza culturale”) e del rifiuto.

È bene però precisare che spesso queste dinamiche di rifiuto dell’alterità sono messe in atto dai cosiddetti “imprenditori della paura”, cioè tutte quelle persone (politici, rappresentanti delle istituzioni, associazioni rappresentanti interessi particolari etc.) che fomentano il clima di sospetto e insicurezza, promuovendo un clima di intolleranza e cavalcando le inquietudini  dei cittadini indirizzandole contro gli stranieri, gli immigrati. Queste categorizzazioni “negative” vengono attuate soprattutto quando si parla di collettività (per esempio i rom, gli arabi etc.), invece, nel concreto, quando si hanno interazioni singole (per esempio con il vicino di casa straniero) queste retoriche vengono meno, o comunque diminuiscono notevolmente.

Altra importante tematica é quella dei percorsi migratori: infatti se negli anni ‘70 e ‘80 questi erano statici o comunque molto lineari, con le nuove tecnologie questi sono stati completamente rimodellati. Fino a poco tempo fa il percorso era prevalentemente del tipo “spostamento da paese A a paese B”, con eventuali processi di ritorno comunque poco frequenti, ora invece si hanno esperienze radicalmente diverse. I nuovi “viaggi della speranza” si snodano tranquillamente su più Paesi, in in modo da poter cogliere le opportunità che nel corso del tempo si presentano. Sempre più  si hanno spostamenti in più Paesi: un migrante può cercar fortuna in uno Stato, che abbandona nel caso di un fallimento per trasferirsi in un’altra nazione ancora; dopo un po’ di tempo accumula qualche risparmio e allora può ritornare per un po’ di tempo nel Paese di origine, salvo poi riemigrare nuovamente..

Terzo argomento rilevante è quello dell’analisi del diffuso fenomeno delle gang giovanili. Attraverso l’appartenenza alle gang i giovani migranti cercano di affermare la loro appartenenza al territorio in cui vivono per uscire da quel cono di invisibilità positiva e ipervisibilità negativa in cui sono relegati: la maggioranza degli episodi violenti documentati sono riconducibili a questo bisogno simbolico di affermazione, più che a vere e proprie condotte criminose legate allo sfruttamento della prostituzione o allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Connesso all’appartenenza alle gang c’è quindi un processo di costruzione di identità, di mondi immaginari e costruiti socialmente in un meccanismo che potremmo chiamare di home- making. L’appartenenza alle gangs, l’orgoglio della propria identità (basti pensare al mito della raza latina per esempio) e l’ostentazione di simboli e stili che permettono di distinguersi dal resto dei propri coetanei è un meccanismo classico della trasformazione dello stigma in emblema.

Percorsi di lettura sull’argomento: Longoni L., Solano G.; Baggiani B. (a cura di), Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, Discanti Editore, Bagnacavallo (Ra) 2011 (saggi si M. Aime, P. Arvati, B. Baggiani, A. Ballerini, G. Carlini, L. Longoni, S. Palidda, A. Petrillo, L. Queirolo Palmas, G. Solano); Palidda S., Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008.

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The end of the European city?

Posto qui una mia presentazione svolta per il corso Global cities: problem and policies tenuto dal prof. Ranci al Politecnico di Milano. Le slides e il commento riguardano l’analisi del capitolo introduttivo del libro di Bagnasco A., Le Galès P. (eds), Cities in Contemporary Europe. In particolare mi sono cercato di concentrare sulla domanda presente nel titolo di questo post, e cioè se, ancora oggi, è possibile parlare di un modello di città europea.

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